FEMMINICIDIO

La violenza sulle donne e i telegiornali italiani: una questione di tematizzazione e di immaginario

di Andrea Pogliano

La violenza sulle donne è oggetto di notiziabilità da molti anni ormai, ma solo recentemente il tema è emerso nel dibattito pubblico come un problema culturale legato alle differenze di genere. In particolare, l’introduzione nella pubblica discussione del termine femminicidio ha giocato un ruolo importante nel fissare un frame, ovvero una cornice interpretativa che porta a legare tra loro quelli che prima erano raccontati come singoli episodi isolati. Il Comitato per l’attuazione della CEDAW (la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne) nelle Raccomandazioni all’Italia del 2011 si è detto “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”. È intorno a quella data che il termine – con tutta la sua portata di parola-chiave intorno alla quale costruire il frame della violenza di genere come violenza strutturale – inizia a essere utilizzato costantemente nei racconti mediali, indicando con la sua stessa presenza la motivazione di genere nel racconto di episodi disparati di violenza di uomini su donne.

Il “termine – ombrello”. Il femminicidio, parola eccessiva e iperbolica per il suo rimando inadeguato al genocidio delle donne in quanto donne, e che però già era stata assunta dalla giurisprudenza a livello internazionale, ridefinisce quei casi isolati come parte di un problema che riguarda intere società (si veda al riguardo questo articolo di Barbara Spinelli). Tuttavia, i media mantengono una notevole ambiguità, come vedremo, tra femminicidio e delitto passionale, nonostante l’evidente contraddittorietà tra i significati sociali veicolati da questi due termini: il neologismo “femminicidio” e l’espressione “delitto passionale”. Il femminicidio è oltretutto, nel suo significato d’uso più diffuso e accreditato, un termine-ombrello, che tiene sotto la stessa ombra un insieme assai eterogeneo di casi legati a violenze fisiche o verbali commesse da uomini sulle donne in quanto donne. E’ pertanto evidente che la frequenza di casi di femminicidio sia assai maggiore rispetto a quella di casi di femicidio.

La fragilità del frame. Questa distinzione tra violenze di varia natura sulle donne in quanto donne e omicidi di donne da parte di uomini ha generato non poche contraddizioni, all’interno delle quali si sono agevolmente inseriti numerosi critici, che hanno così trovato un terreno logico per argomentare contro il discorso di genere. Inoltre risulta assai impegnativo determinare se una violenza di un uomo su una donna sia necessariamente esercitata per assoggettare o limitare la libertà di una donna, a meno di non assumere che qualunque violenza maschile verso una donna sia da intendere come femminicidio, con il rischio in quest’ultimo caso di esporre il termine (e il frame) a una nuova fragilità. Tutto ciò ha inevitabilmente ostacolato il lavoro di promozione su larga scala di un frame assolutamente importante nell’ottica di una lenta ma civilmente necessaria trasformazione culturale, ma non ha impedito che il discorso venisse accolto in ambienti istituzionali.

La necessità di una tematizzazione. Nella letteratura sui media, con frame episodici si intende una tendenza del racconto giornalistico a presentare una serie di eventi come episodi isolati. Questa assenza di connessione è precisamente un’assenza di individuazione di un problema che li accomuna e quindi di tematizzazione. Ottenere la tematizzazione corrisponde a un considerevole aumento delle possibilità che i legislatori si occupino della questione e che si produca un qualche cambiamento di ordine culturale. Che la violenza di genere sia un fatto endemico è emerso nelle parole di molti personaggi pubblici, figure istituzionali e figure della società civile che hanno ottenuto una buona visibilità sui media. L’effetto sembra essere stato quello di sovvertire la struttura del racconto pubblico delle violenze sulle donne e questo ha portato a velocizzare l’iter per una legge sul femminicidio. Si è trattato però di una legge che ha insistito sull’inasprimento di alcune pene e non ha promosso invece adeguate iniziative di prevenzione, nonostante i dati ufficiali sconsigliassero una scelta deterrente di questo tipo (la maggior parte dei carnefici commette suicidio o si autodenuncia) e nonostante le raccomandazioni del CEDAW insistessero invece, come era più logico, sulla prevenzione.

Crediamo che alcune questioni che riguardano la rappresentazione dei media abbiano influenzato le scelte del legislatore. In particolare, la confusione tra femicidio e femminicidio, l’aver presentato il fenomeno come un’emergenza e un fatto soggetto a crescita esponenziale, l’aver interpretato il femminicidio come il possesso di una “donna-oggetto desiderabile e bella”, limitando in tal modo la complessità dei fenomeni sociali, nonché altri meccanismi tipici della narrazione, possono aver creato le condizioni per una comprensione strabica del fenomeno. Vedremo nelle analisi svolte nei vari paragrafi tutti questi aspetti.

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