La “controrivolta” dei rosarnesi

L’incoerenza delle immagini

di Raffaella Cosentino

Le immagini simbolo della rivolta. Sabato 9 gennaio sulle prime pagine dei tre quotidiani nazionali che stiamo esaminando (La Stampa, Il Corriere della Sera e La Repubblica), escono le foto simbolo della rivolta, probabilmente perché questi erano i tempi tecnici per la diffusione e la pubblicazione delle foto.

Corriere 9 gennaio 2010
Corriere 9 gennaio 2010
Repubblica 9 gennaio 2010
Repubblica 9 gennaio 2010
Corriere della Sera  6 gennaio 2010
Corriere della Sera 6 gennaio 2010

Queste fotografie sostituiscono le immagini confuse e sfuocate pubblicate il giorno precedente. Descrivono bene la rabbia della massa dei neri, con il fumo degli incendi della rivolta alle loro spalle. L’atmosfera degli scatti è cupa, il “divampare” della rivolta metaforicamente si trasla sui protagonisti dello scatto, colti nel momento in cui, dopo avere messo “a ferro e fuoco” quello che hanno incontrato sul loro cammino (per usare il linguaggio degli inviati) avanzano verso il lettore in modo minaccioso e con possenza fisica, brandendo per spranga un grosso cartello stradale. La scelta della prima pagina del Corriere della Sera ha anche un ché di tribale, esotico che richiama l’Africa profonda e spiazza rispetto al contesto italiano ed europeo in cui ci troviamo.

La Stampa 9 gennaio 2010
La Stampa 9 gennaio 2010
La stampa 9 gennaio 2010
La stampa 9 gennaio 2010

Si tratta di scene con un forte impatto visivo, difficili da non pubblicare anche se nel giorno in cui sono uscite erano già vecchie. Per capirlo basta leggere i titoli corrispondenti e “vedere” la distanza tra parole e immagini:

Assalti e spari agli immigrati
Caccia all’immigrato

Le fotografie pubblicate fanno vedere inequivocabilmente che i “cattivi” della storia sono loro, i neri. Ma l’8 gennaio 2010 è già scattata la ‘controffensiva’ dei rosarnesi fin dal mattino. Le forze di polizia devono proteggere e scortare i braccianti neri verso le baraccopoli, che verranno presidiate dagli agenti fino al loro sgombero forzato, per proteggere la vita degli africani dalle violenze dei rosarnesi che colpiscono ciecamente qualunque “nero” a piedi, in bicicletta per la strada o nei casolari.

La pulizia etnica. I rosarnesi erigono barricate per la strada e tendono agguati agli africani, che vengono gambizzati con pallini da caccia, colpiti a sprangate al ritorno dai campi, presi di mira con taniche di benzina e fuoco nei loro casolari. Alla fine saranno decine e decine gli immigrati ricoverati in ospedale per le ferite riportate. Neanche un rosarnese risulterà ricoverato in ospedale, solo qualcuno lievemente ferito viene medicato in poche ore e rilasciato dai nosocomi in giornata. Ma le immagini d’impatto per raccontare sono sempre quelle della rivolta nera in cui sono gli africani ad avanzare minacciosi. Questo crea una grande incoerenza fra i titoloni a tutta pagina e le fotografie a corredo. Come negli esempi in alto. Fin qui abbiamo visto una narrazione appiattita sul gioco delle parti e sbilanciata a favore dei bianchi. Quando sono questi ultimi a commettere aggressioni e violenze si verifica un cortocircuito informativo. Accade che se ne deve dare conto a livello testuale con le parole, ma le immagini, ormai di repertorio, continuano a mostrare la violenza perpetrata da quelli che tutti chiamano indistintamente “gli extracomunitari”. Insomma l’informazione non sembra riuscire a stare al passo con gli eventi che cambiano rapidamente.

Repubblica 9 gennaio 2010
Repubblica 9 gennaio 2010

In questa doppia pagina de La Repubblica del 9 gennaio si dà conto della caccia al nero nelle campagne che è andata avanti per tutta la giornata e la notte precedenti, tanto che le forze dell’ordine ricevono l’ordine di evacuare tutti i neri della Piana di Gioia Tauro, non solo di Rosarno. Verranno rapidamente portati via con gli autobus in altre città o accompagnati dalla polizia alla stazione ferroviaria per farli partire in massa. Il provvedimento riguarda solo i neri non tutti gli stranieri, perché ci sono anche nordafricani e braccianti bulgari e rumeni che non saranno vittime di quella che assume i contorni di una “pulizia etnica”. A destra della pagina qui in alto, trova posto anche il commento di Saviano, mandato in onda la sera prima dal Tg3, che definisce gli africani come “più coraggiosi di noi contro i clan”.

Ma le immagini raccontano un’altra storia. Al centro, a tutta pagina, c’è la fotografia di un africano con spranghe e pietre in mano, con alle spalle le fiamme degli incendi che immaginiamo lui abbia appiccato con altri mettendo “a ferro e fuoco” una cittadina italiana. Nelle due pagine ci sono altri tre scatti che mandano al lettore messaggi minacciosi. In alto a sinistra c’è la scena che abbiamo già visto sui giornali il giorno prima: un africano inquadrato mentre è rivolto verso di noi e sta per lanciare un masso contro due poliziotti che vediamo di spalle, messi lì per difenderci. In alto a destra c’è una scena di massa sempre degli africani che avanzano, minacciosi e tribali. In basso a sinistra un altro omone nero con il pugno in alto sembra prendersela con una piccola donna bianca indifesa. Ritorneremo più avanti su questa immagine.
Leggendo l’articolo di Attilio Bolzoni è sorprendente la discrepanza tra l’informazione visiva e quella testuale

“In mezzo al buio ci sono loro, i ‘figli di puttana con la pelle scura’ che devono tornarsene nella giungla .

Nascosti ci sono i ribelli di ieri che oggi sono diventati le prede, assediate nel loro accampamento e rincorse con le doppiette caricate a pallettoni. Sparano contro di loro, sparano per ammazzarli”.

Al tramonto del giorno dopo è partita la caccia al nero”

bande di quindici o venti uomini che si avventano sul primo nero che passa. Agguati”.
(Attilio Bolzoni, La Repubblica 9 gennaio 2010)

Il racconto è crudo e violento. Messo in luce anche nelle didascalie.

“Abbiamo le armi.
C’è Michele, bracciante agricolo, uno che li conosce uno per uno e anche da anni, quei ragazzi sudanesi che vanno per i campi. Li vuole morti . Michele: “dopo quello che hanno fatto non meritano altro: li abbiamo trattati da fratelli, abbiamo dato a tutti loro da mangiare e da lavorare e sono perfino entrati nelle nostre case a minacciarci: noi qui a Rosarno possiamo trovare tutte le armi che vogliamo.”

 

Ci sono però due aspetti che legano foto e testo. Uno lo ritroviamo in questa didascalia: “La caccia. Nel pomeriggio a Rosarno si scatena la caccia al nero, conseguenza della guerriglia i venerdì sera”. I media tendono a volere rappresentare la rappresaglia dei rosarnesi contro i neri come una reazione alla violenza dei braccianti africani, dimenticando che i primi ad aprire il fuoco per una sorta di ‘tiro al bersaglio’ razzista sono stati sempre i bianchi e sono rimasti ignoti e impuniti. La continua rimozione di questo fatto che ha scatenato la rivolta come la classica scintilla in un pagliaio, associata alla messa in secondo piano delle cause profonde di sfruttamento ed emergenza umanitaria, devia tutto il percorso informativo e impedisce al pubblico di comprendere davvero cosa sia successo. Non è affatto vero come dice Michele, l’intervistato che vuole uccidere tutti i neri, che i rosarnesi da buoni samaritani hanno aiutato i poveracci. E’ vero il contrario: la mano d’opera africana è fondamentale per quel tipo di raccolta agricola. Anche questa informazione manca spesso nei passaggi cruciali della vicenda di Rosarno. L’altro aspetto è l’immagine che ormai si è appiccicata addosso agli africani, al “popolo dei neri”, reiterata all’infinito con le sequenze degli scontri con la polizia. Anche quando questi non avvengono più perché i lavoratori di pelle nera devono restare sigillati nelle ex fabbriche abbandonate, per il timore di subire nuove aggressioni mortali.

“Non esce più da lì, dall’oleificio che non è mai stato un oleificio, il popolo dei neri” (Attilio Bolzoni, La Repubblica 9 gennaio 2010)

La Stampa del 9 gennaio 2010 pubblica anche la foto di un africano ferito ma sceglie di metterla in secondo piano, lasciando a tutto campo lo scatto che potremmo chiamare dell’orda nera che avanza. Torneremo in seguito anche su questa pagina.

La Stampa 9 gennaio 2010
La Stampa 9 gennaio 2010

 Quando gli aggressori cambiano pelle il racconto è sbilanciato. Il Tg3 delle 14.30 dell’8 gennaio 2010(1va in onda quando la popolazione di Rosarno è già sul piede di guerra. Nel corso della mattinata gli agenti e i carabinieri hanno dovuto scortare gli africani nelle fabbriche abbandonate in cui vivono e praticamente “chiuderli dentro” in attesa di ordini sul da farsi. Dopo aver fronteggiato i rivoltosi nella notte precedente, le forze dell’ordine si trovano ora a proteggerli dalla folla inferocita dei rosarnesi che dai balconi grida “ammazzateli tutti”. Ma agli italiani viene ancora raccontato fino al giorno dopo, il 9, che a Rosarno è in atto solo una sommossa nera.

Il primo titolo che compare durante la copertina del Tg3 è Alta tensione a Rosarno, sulle immagini del lancio di oggetti e sassi verso una macchina che passa per strada di notte e di un gruppo di africani che protesta. Si vede anche l’interno di un silos dove dormono i braccianti stranieri. Rosarno alta tensione, spari in aria dopo la guerriglia. Continua la protesta degli immigrati, costretti a vivere nel degrado, legge la conduttrice. Il titolo seguente della copertina è Maroni: troppa tolleranza (con i clandestini)

La conduttrice da studio lancia l’inviato:

Non si allenta dunque la tensione a Rosarno, dove da molte ore immigrati, forze dell’ordine e anche abitanti della zona sono protagonisti di scontri per le vie della città. Tutto è cominiciato dopo che alcuni migranti erano stati feriti con un fucile ad aria compressa. Episodio dal quale era scaturita una vera e propria guerriglia urbana. La tensione è salita nuovamente stamattina quando migliaia di extracomunitari si sono ritrovati in un corteo di protesta. Ci colleghiamo con Rosarno con Fabrizio Feo. (dal Tg3 delle 14.30 dell’8 gennaio 2010)

Audio dell’inviato in diretta:

Siamo alla sede del municipio di Rosarno che come potete vedere è presidiata da un numero ingente di cittadini che chiedono in modo perentorio al commissario di governo, perché  questo comune è commissariato dopo essere stato sciolto per infiltrazioni mafiose, chiedono lo sgombero di tutti gli stabili in cui si trovano gli extracomunitari e chiedono che vengano allontanati dalla città. È difficile dare il senso della tensione e della rabbia della gente che si vive a Rosarno. Una rabbia che ancora oggi, da stamattina presto, ha subito un ulteriore incentivo perché le violenze degli extracomunitari sono continuate. Purtroppo, dopo un presidio qui nei pressi del comune, gli extracomunitari hanno cominciato a rompere vetrine, macchine di nuovo. In un caso sono entrati in un’abitazione, una persona per difendersi ha dovuto sparare.

E ricordiamo che già ieri sera molti cittadini di Rosarno se l’erano vista brutta. Vedete qui alle mie spalle molti dei feriti di ieri sera. (dal Tg3 delle 14.30 dell’8 gennaio 2010

Anche in questo caso, il giornalista fa uno stand up scegliendo una collocazione ben precisa, cioè in mezzo ai rosarnesi che protestano davanti al municipio.

C’è stata una donna che è stata ricoverata in ospedale con il rischio di perdere il bambino che attende e addirittura si pensa, le ultime ore dicono, che potrebbe davvero perderlo. E tutto questo maggior rabbia suscita perché la cittadinanza di Rosarno, come quella di Gioia Tauro, ha sempre aiutato questa gente. Quello che dicono le persone che abbiamo sentito per strada è: ma come abbiamo sempre fatto il possibile per venirgli incontro in tutti i modi, con beni di prima necessità, addirittura molti negozianti consentono loro di caricare i telefonini quando ne hanno bisogno. E, fate tutto questo? 

Bene tutta questa situazione è andata degenerando di nuovo stamattina finchè la polizia non ha ripreso il controllo, ma come vedete i cittadini di Rosarno non credono di potersi accontentare. Ma per capire da dove nasce questa situazione drammatica, sentiamo il racconto delle ultime giornate nel servizio di Gianni Bianco.  ( inviato da Rosarno, Tg3 delle 14.30 dell’8 gennaio 2010)

 


Dietro di lui c’è una folla di gente, accanto si vede un uomo con un vistoso cerotto sull’occhio. A copertura della frase “le violenze degli extracomunitari sono continuate” si vedono immagini degli africani che camminano per la strada e dall’altro lato i carabinieri in formazione, in assetto antisommossa con gli scudi levati, che li sorvegliano. Si torna sullo stand up e si lancia il servizio seguente, dal titolo: Le cause della protesta degli immigrati a Rosarno
L’audio parte con il suono delle sirene della polizia spiegate e il sottofondo della voce di un africano al microfono che dice ‘non si può ammazzare gente come animali’.
Attacca il giornalista:

è Rosarno, piana di Gioia Tauro, non distante da Reggio Calabria, ma sembra una banlieue parigina. Scene di guerriglia urbana, rabbia covata nel tempo da migliaia di immigrati che in una notte diventa vendetta e violenza pura. Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull’asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate. La miccia che fa esplodere la rivolta è il ferimento di due extracomunitari con un’arma ad aria compressa. Si armano di spranghe e bastoni e a migliaia scendono in strada. Polizia e carabinieri si schierano in assetto antisommossa, si cerca la trattativa, parte invece una sassaiola. Nel nuovo parapiglia, tafferugli, alcuni restano contusi, altri vengono fermati.
Voce di un primo africano: africano non è gallina, non ammazzare africano, noi siamo qua a lavorare. La voce di un altro africano si sovrappone: “sempre ammazzare gente, così non va bene”.

Continua il giornalista: Sono cinquemila a Rosarno. Per pochi euro lavorano nei campi, vivono ammassati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata. Proprio ieri il tg3 aveva raccontato il loro disagio.

Voce di un terzo africano: noi non possiamo restare così senza cercare qualcosa da mangiare, perché mandare ancora un po’ in Africa per la nostra famiglia.Riprende il giornalista: Questo mostravamo ieri, una favela nella terra degli agrumi, abitata da uomini per tutte le stagioni. Braccia sempre in viaggio che a seconda del periodo si spostano da un raccolto all’altro, su e giù per l’Italia. Senza documenti, senza contratto, senza diritti. Spesso, finendo a lavorare anche nei campi delle mafie. Come in Calabria. La ‘ndrangheta non c’entra dicono oggi gli investigatori, ma Rosarno oggi ricorda troppo da vicino Castel Volturno nel settembre 2008 e Villa Literno nel 1989. Immigrati in rivolta contro i soprusi della criminalità che con la violenza rispondono alla violenza.

Le immagini qui seguono un doppio registro narrativo. La prima parte del servizio si concentra sugli scontri notturni e la seconda parte sulle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i braccianti. Il video parte con sirene e mezzi di polizia nella notte a Rosarno, un africano dice la frase che abbiamo riportato, rivolto verso la telecamera. Ci sono africani rabbiosi che spaccano pezzi di ferro a terra, cassonetti rovesciati, parabrezza spaccati, gruppi di immigrati che corrono nella notte e assembramenti circondati dai blindati delle forze di polizia. Una scena mostra gli agenti che parlano con gli africani che protestano. Segue una sassaiola contro una macchina rossa che passa. Due africani a mezzo busto rilasciano dichiarazioni e si sovrappongono con la voce. Poi il cambio scena: esterni giorno e baraccopoli. Le riprese sono state girate all’ex oleificio abbandonato e occupato ‘Opera Sila’. Mostrano la situazione pietosa dei silos, dal buco di ingresso del silos l’occhio della telecamera inquadra l’interno buio in cui si vedono i materassi. C’è un’intervista a mezzo busto ad un africano preso singolarmente che parla. Segue una panoramica della struttura e la tendopoli improvvisata all’interno. Si chiude il servizio con l’immagine di massa degli africani in attesa nella baraccopoli. Qualche primo piano. Mezzi di polizia, auto rovesciate. Di nuovo scene notturne: scontri fra africani e polizia, che ne trascinano uno per terra.

La bufala. Il racconto del Tg3 segue lo schema narrativo e interpretativo degli altri telegiornali del servizio pubblico. Sul primo collegamento in diretta è importante dire che la notizia di una donna incinta aggredita che avrebbe perso il bambino si è rivelata poco dopo completamente falsa. Era una leggenda metropolitana, ma non è stata smentita. Non viene rivelata la fonte dell’informazione e si tratta di una bufala che rischia seriamente di acuire la tensione sul campo e di avere effetti devastanti sul piano degli scontri reali fra la popolazione e gli immigrati. Dal punto di vista narrativo, il primo servizio lascia il telespettatore con una sorta di interrogativo del tipo: i rosarnesi hanno sempre accolto e aiutato gli immigrati, ora perché gli africani fanno tutto questo? Il secondo servizio dovrebbe rispondere al quesito e raccontare le cause della rivolta, ma non assolve al suo compito. Anche questo reportage si limita a fotografare l’esistente (il parapiglia, i tafferugli) allargando un po’ il campo dell’inquadratura fino a fotografare anche le baraccopoli in cui i migranti vivono al di sotto degli standard minimi di dignità.

Restano fuori, appena accennate, ma non spiegate, le vere cause relative al caporalato e allo sfruttamento. E ci sono anche informazioni contrapposte date in una stessa frase: gli africani lavorano nei campi delle mafie, ma gli investigatori dicono che la ‘ndrangheta non c’entra. Anche le cifre fornite sono esagerate. Non sono 5000 gli immigrati presenti in tutta la Piana di Gioia Tauro ma la metà. L’uso di un termine come “banlieue” chiama in causa un fenomeno completamente diverso, associabile solo dal punto di vista dell’ordine pubblico, che infatti resta il tema conduttore del discorso televisivo sulla faccenda. Il tutto è sempre raccontato attraverso scene di massa. Molto raramente si intervista una singola persona, in genere anche quando viene data voce a chi protesta lo si fa attraverso scene che riprendono gruppi di persone esagitate, sia tra gli africani, sia tra i rosarnesi.

Il resoconto è dunque corale e massificato. Neanche l’edizione del Tg3 delle ore 19 dell’8 gennaio riesce a dare conto con le immagini del fatto che la situazione in 24 ore è molto cambiata a Rosarno. E anche in questo caso è significativo che il racconto per immagini non cambi molto, pure se la notizia di apertura del telegiornale è la gambizzazione di due migranti. Le immagini che passano sui titoli del Tg sono sempre quelle degli scontri notturni con la polizia, dei blindati e delle sassaiole. Il conduttore riassume così la situazione e quello di cui si parlerà nel telegiornale:

Alta tensione a Rosarno, scontri e feriti. Gli immigrati tornano a protestare tra la rabbia degli abitanti e poco fa gambizzati due migranti. Maroni: troppa tolleranza con i clandestini, Bersani: è uno scaricabarile, c’è la Bossi-Fini, Gelmini: tetto del 30% agli stranieri in classe.

Roberto Saviano al tg3: gli immigrati di Rosarno hanno il coraggio di ribellarsi alla ‘ndrangheta. Per questo non dobbiamo criminalizzarli. 

In avvio del telegiornale, dopo la copertina, il conduttore lancia i servizi:

Scende la sera e la situazione torna esplosiva a Rosarno, in Calabria. Poco fa c’è stata una sparatoria contro gli immigrati. Due di loro sono stati gambizzati. Tra poco ci collegheremo con i nostri inviati per conoscere le ultime novità. E intanto ricostruiamo la giornata. C’è stata questa mattina una nuova manifestazione degli immigrati che vivono, lo sapete, in condizioni disumane nelle campagne o nelle fabbriche abbandonate della città. Poi una contromanifestazione di un gruppo di cittadini che non li vuole. Vediamo il servizio dell’inviato.
Il servizio inizia con un vox populi su domanda iniziale del giornalista: Quando è cominciata la sassaiola?
Una donna risponde: stamattina verso le 9.30/9.20, ci sono state tre ondate. Un’altra donna dietro un cancello: abbiamo solo chiuso per l’incolumità delle persone che stanno dentro a far la spesa, tutto qua. Perché poi non si può reagire, che fai? Quindi onde evitare..

Un uomo intervistato: noi chiediamo solo che gli illegali, quelli che non hanno il permesso di soggiorno, vengano espulsi come dice la legge.
Voice over del cronista: Ancora tensione, paura a Rosarno. Gli abitanti, l’avete sentito, vogliono che i clandestini vengano mandati via dopo quello che è accaduto la notte scorsa: le devastazioni, gli scontri, seguiti al ferimento di un immigrato con un fucile ad aria compressa. La rivolta, rabbiosa di alcuni centinaia di loro che qui sono oltre duemila. Stamattina gruppi di immigrati hanno rotte altre vetrine, bruciati altri cassonetti, hanno fatto irruzione in un’abitazione e il proprietario ha sparato in aria. Una trentina i feriti. Otto gli arresti.
C’è una pausa di pochi secondi, lo stacco è dato da suoni di voci urlanti e un battere di colpi, sono probabilmente i rumori della protesta degli africani, questi suoni sono montati su immagini di africani che camminano per strada portando bastoni.
Riprende il vox populi:
Un uomo: non capisco più che altro questa reazione, distruggere un paese che già non era in buone condizioni. Un altro uomo: hanno fermato una macchina, una panda, e si sono caricati addosso. Là dentro c’erano anche due bambini, c’era una signora, non vedevano altro. Hanno rotto i vetri, hanno spaventato quei ragazzi, erano terrorizzati.

Riparte il giornalista in voice over: così per tutta la giornata il municipio di Rosarno è stato assediato, più che presidiato, anche dopo che il commissario del comune che è sciolto per mafia, e il prefetto hanno assicurato che i clandestini verranno espulsi. Ma qui ci sono anche rifugiati politici come uno dei due feriti, colpiti col fucile ad aria compressa pare peraltro per motivi banali. Scappano da una guerra e non si vogliono trovare in una nuova guerra. Qui. E ci sono poi soprattutto immigrati. Sfruttati nelle campagne che, per pochi euro al giorno, raccolgono mandarini, arance, e vivono in condizioni disumane.

Voce di un africano: venuto qua cercare lavoro, per mangiare, basta. (dal Tg3 delle ore 19 dell’8 gennaio)

Anche questo servizio non si discosta molto dalla narrazione per immagini già vista.
La telecamera inquadra l’inviato che si china a terra davanti a un’abitazione e raccoglie una grossa pietra. C’è un’immagine a effetto: la telecamera si trova dietro una vetrata spaccata, attraverso cui si vedono gruppi numerosi di africani che passano per la strada. A seguire passa l’immagine degli agenti in assetto antisommossa con i manganelli che scortano via dal paese un gruppo di africani. Qui la ripresa è effettuata da dietro le spalle degli agenti. Dettaglio mediante zoom sulla spranga tenuta in mano da un africano del gruppo davanti agli agenti. Poi c’è un africano che batte ritmicamente una pietra su un cassonetto, è un’inquadratura fatta di quinta, tra due agenti con i caschi. E poi ancora agenti che tengono a bada gli africani e in assetto antisommossa con gli scudi levati. L’intervista a un residente preso singolarmente dietro un cancello, come la donna dell’inizio del servizio, sono immagini che veicolano l’idea dell’ essere barricati in casa. Seguono scene della folla arrabbiata davanti al municipio di Rosarno e del blocco stradale fatto dai rosarnesi sulla statale 18 verso l’Opera Sila, con un furgone, dei copertoni e la macchina bruciata rovesciata. La tendopoli dentro l’Opera Sila inquadrata dall’alto in basso. I panni da lavoro stesi dentro fra le tende. Chiude il servizio l’intervista ad un africano preso singolarmente in primo piano, in esterni, all’ex oleificio Opera Sila.
Riprende la linea il Conduttore: Tutt’altra lettura dal ministro Maroni

Il racconto del Tg3.  Possiamo vedere che ancora una volta anche il terzo canale complessivamente non si discosta dalla narrazione giornalistica generale, compreso l’uso del termine stigmatizzante e fuorviante “clandestino”, oggi vietato dalle linee guida per l’applicazione della Carta di Roma  In generale, tutta la rivolta di Rosarno, per come è stata comunicata attraverso le immagini si appiattisce sul messaggio clandestini=violenti/schiavi/degrado.
In questi servizi viene dato ampio spazio alla voce dei rosarnesi e molto poco ai lavoratori agricoli stranieri. L’informazione risulta così ancora una volta molto sbilanciata in favore dei “bianchi” sia dal punto di vista linguistico, sia attraverso le immagini. Basti pensare al montaggio fra l’audio della rivolta e l’inquadratura dei manifestanti stranieri che camminano pacificamente per il paese o alle riprese fatte dalla prospettiva degli agenti e dietro le vetrate infrante. Una nota positiva è il commento di una voce autorevole come Saviano, che nel Tg viene contrapposto a quello che dice il ministro Maroni. Saviano ha il merito di chiamare in causa le motivazioni e il contesto dell’oppressione mafiosa in cui maturano i fatti di Rosarno. Ma la ‘ndrangheta è un protagonista che in questa storia riesce a rimanere invisibile e quindi poco raccontabile.

Il grande esodo forzato. Bisogna attendere il 10 gennaio per vedere le immagini degli africani feriti dalla caccia al nero che si è scatenata a Rosarno. Il 10 gennaio Rosarno è ancora da prima pagina ma è il giorno in cui si racconta il grande esodo. Tutti i lavoratori neri della Piana di Gioia Tauro sono costretti a partire perché rischiano la vita se si fanno vedere in giro per le strade. Nel frattempo comincia a diventare evidente che a sparare sui neri possono essere solo appartanenti alla ‘ndrangheta o fiancheggiatori dei boss. Gli uomini dei clan intendono mandare via a fucilate gli stranieri che hanno osato ribellarsi in modo plateale, mettendone in discussione il controllo fisico sul territorio.

Repubblica 10 gennaio 2010
Repubblica 10 gennaio 2010

La costruzione della doppia pagina di Repubblica del 10 gennaio che vediamo qui sotto risulta più coerente con lo svolgimento dei fatti anche dal punto di vista delle immagini. Al centro, a tutta pagina, vediamo che gli africani diventano le vittime, costretti ad andare via in massa, un po’ a testa bassa. Anche qui non sono sicuramente gli “eroi vincitori” ma tornano a essere quelli messi sotto dalla violenza dei “clan” e dei “cacciatori di neri” come recitano i titoli. Rimane il vuoto visivo dei reali aggressori, che non sono stati arrestati e dunque non sono visibili se non in quella scena di massa indistinta della barricata fatta con l’auto incendiata, “a difesa” del paese.

Repubblica 10 gennaio 2009
Repubblica 10 gennaio 2009

Riprendendo la pagina del giorno precendente, del 9, per un confronto, ci si rende conto che il quotidiano di Scalfari cambia completamente la prospettiva. Al centro non ci sono più i neri “cattivi” o violenti. La scena di protesta che il 9 vediamo a centro pagina, il giorno seguente viene spostata in alto a sinistra, fuori dal campo visivo principale, al termine di una striscia che inizia a destra con le scene degli africani feriti, che prosegue con le immagini dei lavoratori sui pullman pronti a partire forzatamente e con il significativo scatto “avoid shooting black”, “non sparate ai neri”, una scritta antirazzista lasciata nella baraccopoli dai braccianti africani anglofoni.

Repubblica 9 gennaio 2010
Repubblica 9 gennaio 2010

Il racconto proposto da La Stampa del 10 gennaio 2010 è sostanzialmente simile ma con un significativo elemento fotografico in più, cioè lo scatto del bracciante africano che raccoglie gli agrumi. Una fotografia importante perché rimette la discussione nei binari dello sfruttamento lavorativo e che assolve alla funzione, non sappiamo ovviamente se voluta o meno, di ridare dignità ai migranti che da clandestini, extracomunitari e violenti, ritornano qui a essere lavoratori.

La Stampa 10 gennaio 2010
La Stampa 10 gennaio 2010
La Stampa 10 gennaio 2010
La Stampa 10 gennaio 2010
La Stampa 10 gennaio 2010
La Stampa 10 gennaio 2010

 

 

1Per questioni legate alla concessione dei diritti Rai, siamo in attesa di poter pubblicare il video, ndr

 

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