“Sbatti il mostro in prima pagina”

(…e butta via la chiave)

di Andrea Pogliano

Il processo mediatico ai “sospettati”. Al Tg1 delle 13,30 del 18 febbraio 2009 compaiono le fotografie di due uomini arrestati per lo stupro della Caffarella. Sebbene ancora solo “sospetti”, le loro fotografie iniziano a circolare abbondantemente su tutti i telegiornali e sulle prime pagine dei principali quotidiani. Il Corriere della sera inserisce un riquadro di un incendio doloso al Cpt di Lampedusa dentro il riquadro dell’arresto dei due presunti violentatori della Caffarella.
Ancora una volta, attraverso accostamenti di parole o eventi, la clandestinità finisce per rientrare dalla finestra, mantenendo ampio e comunicativamente potente il frame immigrazione/sicurezza. L’occhiello invece richiama ancora il senso comune su un sistema giudiziario incapace di garantire la sicurezza.

Corriere della Sera 19 Febbraio 2009
Corriere della Sera 19 Febbraio 2009
Messaggero 19 febbraio 2009
Messaggero 19 febbraio 2009

Su il Messaggero del 19 febbraio, compare anche la testimonianza di un medico che sostiene di avere visto i due fare jogging nel parco il 13 febbraio, ovvero il giorno prima della violenza. Le frasi virgolettate del medico vengono anticipate nel titolo con l’espressione “Il superteste”. Poi si scoprirà che non era vero, ma è la prima avvisaglia di una valanga di interpretazioni errate e precarie intorno a delle immagini, prima evocate e poi mostrate, nonché la dimostrazione del fatto che l’uso disinvolto dell’immagine di presunti colpevoli passandoli per colpevoli non presunti può produrre notevoli danni. Tuttavia, a questa morbosa opportunità di trasformarsi in cacciatori di uomini di fronte a un pubblico trasformato a sua volta in tribunale del popolo, nessun organo di informazione da noi analizzato ha avuto la capacità di sottrarsi.
Il Tg1 (edizione delle 20) del 1° marzo 2009 propone una breve intervista a una donna che dichiara di avere identificato in uno dei due presunti stupratori della Caffarella uno dei due uomini che avevano abusato di lei, sempre a Roma, un paio di mesi prima. Nell’intervista, la donna dice di aver fatto molta fatica a riconoscerlo, ma di averlo riconosciuto vedendo la sua fotografia al telegiornale. Due giorni dopo (il 3 marzo), su il Messaggero, scopriamo che la donna ha in realtà più dubbi che certezze. Dice che gli uomini che l’avevano aggredita portavano il cappuccio e non ha potuto vederli bene.

Messagero 3 marzo 2009
Messaggero 3 marzo 2009

Il 10 marzo torna in pagina (questa volta sul Corriere della sera) la testimonianza del medico che faceva jogging di cui si parlò giù su Il Messaggero del 19 febbraio. Ma nel ritmo serrato di un giornalismo che si presenta con le vesti dell’investigatore, il ritardo di 20 giorni non priva dell’opportunità di titolare “Stupro, spunta un testimone”. Spunta è in effetti la parola più usata nei titoli, dopo stupro, romeni, caccia, pugile e biondino. Molte cose non tornano nel tentativo di sovrapporre i ricordi dell’uomo e le fotografie che gli vennero mostrate, così come non tornano nei casi delle altre testimonianze. Eppure alcuni dettagli sembrano coincidere, come il ricordo del fatto che a uno dei due mancassero dei denti. Il Corriere della sera si premura di enfatizzare questo dettaglio nell’occhiello di un articolo (il 20 marzo).

Corriere della Sera 10 Marzo 2009
Corriere della Sera 10 Marzo 2009

La negazione della presunzione d’innocenza. Ma c’è di più: quando il test del DNA mostra che i due sospetti non sono gli stupratori della Caffarella, anziché chiedere pubblicamente scusa per aver messo alla gogna dei sospetti, negando loro qualsiasi presunzione di innocenza, i giornali continuano a mostrarli in foto e a presentare i loro nomi e cognomi in pagina come se nulla fosse.

Corriere della Sera 2 Marzo 2009
Corriere della Sera 2 Marzo 2009

L’articolo de il Messaggero del 2 marzo, riportato qui sopra e intitolato “Caffarella, il Dna non incastra i due romeni” è presentato in modo tale (la fotografia è la stessa già usata il giorno del fermo), che viene da pensare che quel “non” sia un errore di battitura. E’ poi notevole il fatto che nonostante abbiano ormai nome e cognome, volto e soprannome (“il pugile” o “faccia da pugile” e il “biondino”), in molti titoli continuino a essere presentati come “i due romeni”.

Messagero 2 marzo 2009
Messagero 2 marzo 2009

Passano i giorni e i media continuano a riproporre le immagini del giorno dell’arresto. Ad esempio, La Repubblica dell’11 marzo, sotto il titolo “Caffarella, annullato l’arresto: non sono loro gli stupratori”, presenta ancora l’immagine dell’arresto del 19 febbraio, con i loro volti in bella vista.

La repubblica 11 marzo 2009
La repubblica 11 marzo 2009

I telegiornali non sono da meno. Anche dopo che altre due persone sono state arrestate per lo stupro e che i due uomini già dati per colpevoli siano ormai risultati innocenti in merito ai fatti della Caffarella, i telegiornali continuano a riproporre le stesse immagini del giorno dell’arresto.
Il Tg2 delle 20,30 del 20 marzo 2009(1) intitola il servizio: “Stupro Caffarella, arrestati altri due romeni” (corsivo nostro). Le immagini che passano durante il servizio sono praticamente le stesse di un mese prima. Come se per rappresentare due romeni colpevoli di stupro continuassero a andare bene quegli altri due romeni orami evidentemente innocenti.
Il servizio si apre con un’intervista a Vittorio Rizzi, capo della squadra mobile di Roma. Il giornalista gli chiede se il caso è chiuso e lui risponde che per quanto riguarda la ricerca dei profili del DNA è chiuso perché sono stati trovati i soggetti che corrispondono nelle loro caratteristiche genetiche ai due profili repertati sulla scena del crimine. Il giornalista riprende in voice over:

“Prima il test del DNA, poi la comunicazione del fermo: gli inquirenti questa volta hanno usato prudenza. In carcere per lo stupro della Caffarella ci sono altri due romeni, ma gli esami della polizia scientifica oggi li inchiodano. … Ed il punto di partenza della prima indagine, il riconoscimento fotografico che portò agli arresti degli altri due romeni, scagionati poco dopo dall’esame genetico è diventato un dettaglio finale”.

Si torna su Vittorio Rizzi, al quale il giornalista domanda:
“Le vittime hanno riconosciuto le foto?”
E lui replica: “Sì, c’è stato anche un riconoscimento fotografico, ma francamente è stata l’ultima delle nostre attività”.
Poi ancora il giornalista in voice over:
“…A quanto pare non hanno nulla a che vedere con Loyos e Racz, il biondino e faccia da pugile sono ancora in carcere (le immagini mostrano le foto segnaletiche di entrambi, ancora!) per altri capi di imputazione. Il primo per calunnia contro la polizia romena, l’altro per lo stupro di Primavalle, dove ancora una volta ha il test del DNA a suo favore”. (dal Tg2 delle 20,30 del 20 marzo 2009)

Giornalismo contro e DNA a favore. In assenza di fotografie dei nuovi presunti colpevoli, giornali e telegiornali continuano a riempire pagine e servizi con le immagini segnaletiche e con le immagini del fermo di due innocenti. Uno dei due è ancora in carcere perché una donna pensa di aver riconosciuto in lui uno dei suoi aggressori, vedendo proprio le sue fotografie segnaletiche trasmesse dai telegiornali. Nonostante abbia il giornalismo contro, per sua fortuna però “ha il test del DNA a suo favore”. Viva la scienza insomma, che salva un uomo dai processi mediatici.

Il servizio che segue, intitolato “Le indagini sullo stupro al parco della Caffarella” propone un riassunto del caso e continua a ripetere quei soprannomi e a mostrare quelle immagini. Peraltro, i due soprannomi derivano dalle parole identificative prodotte a caldo dalle vittime. Il naso schiacciato che la vittima ricordava in uno dei suoi aggressori, è valso il soprannome “faccia da pugile” a Karol Racz. Anche quel soprannome viene mantenuto e ripetuto con leggerezza oltre la prova di innocenza. “…Le vittime forniscono subito elementi alla polizia per tracciare l’identikit. Nelle foto segnaletiche, la ragazza riconosce uno dei due violentatori: Ha i capelli biondi [e qui si passa dalle immagini della polizia al parco e del parco dall’alto prese con l’elicottero, alla foto segnaletica di Loyos sul monitor di un PC della polizia]. Il 18 febbraio viene fermato a Roma Alexandru Loyos, giovane romeno, biondino, che in una confessione videoregistrata dichiara di essere l’autore dello stupro, insieme ad un connazionale, Karol Racz , faccia da pugile [entra la foto segnaletica di Racz, sempre sul monitor PC della polizia]. Quest’ultimo, fermato a Livorno, è anche riconosciuto da una donna, vittima di violenza un mese prima al Quartaccio, sempre a Roma, come suo probabile aggressore. Racz nega ogni responsabilità, mentre Loyos, dopo la confessione ritratta. Si è inventato tutto, dice, perché picchiato dalla polizia romena. Ma il giudice per le indagini preliminari convalida i due fermi, in carcere, mentre la scientifica esamina [ancora l’immagine di uno dei due] le tracce del DNA… Colpo di scena! Il profilo genetico non è quello dei due romeni: non sono loro i violentatori [e ancora le loro immagini, con morbosa insistenza]… Il 9 marzo il tribunale del riesame accoglie le richieste di scarcerazione dei legali di Loyos e Racz. Depositate oggi le motivazioni: contraddittori e dissonanti i riconoscimenti fatti dai fidanzatini. I due, scagionati per la Caffarella restano però in carcere. L’uno per calunnia, contro la polizia romena e per la falsaconfessione; l’altro per lo stupro del Quartaccio.
Il registro rimane assolutamente lo stesso quattro giorni dopo, al Tg2 delle 20,30 del 24 marzo(1)

Il titolo del servizio è “Caffarella: saranno processati con rito abbreviato i due romeni”, al punto che non si capisce bene di quali due romeni stiamo parlando.

Il finale merita però un commento particolare. Si vede Racz uscire dal carcere, attorniato da giornalisti, mentre abbraccia il suo legale e viene accompagnato in auto. Le immagini vengono rallentate e accompagnate da una musichetta. Le parole del giornalista in voice over sono: “Stasera, il ragazzo dalla faccia da pugile, dopo i match vinti nelle aule di giustizia, debutta su un ring completamente nuovo: quello dei grandi studi televisivi. Il suo avvocato lancia un appello: “Racz è un uomo onesto, ha bisogno di un lavoro: sa fare il pasticcere”. Sembra la versione parodiata di Rocky, ma, più seriamente, si può trovare interessante questo riferimento ai match vinti (altri hanno parlato esplicitamente di una sua rivincita).
Il servizio apre la strada alla puntata di Porta a Porta di quello stesso giorno, in cui parla Racz, ma si parla anche di campi Rom con la presenza in studio di Gianni Alemanno e si arriva al punto in cui Bruno Vespa lancia un appello al pubblico perché qualcuno lo assuma come pasticcere o panettiere e poi, guardando Racz, gli dice che però non è che poi può comportarsi in modo disonesto. Lo dice proprio così, come se stesse parlando a un ragazzino appena maggiorenne che ha combinato in passato qualche marachella e che ora lui ha deciso di assistere.

Dice Vespa che a lui è arrivata quel giorno stesso la notizia che in Romania Racz aveva commesso un furto e scontato tre anni di carcere. Il legale di Racz interviene per ricordare che non risultano precedenti penali in Romania per il suo assistito e chiede a Vespa quale sia la fonte della notizia. Vespa non lo sa. Sullo sfondo, la fotografia di Racz il giorno del fermo e la scritta: “Io rumeno in carcere innocente”.
Il livello è questo: una puntata nella quale si dice esplicitamente che si vuole restituire dignità a un uomo di 36 anni accusato ingiustamente, continua a negargliela in modo imbarazzante, trattandolo come un minore o peggio.
Tre giorni dopo viene scarcerato anche Loyos. Il Tg1 delle 20 dà la notizia continuando a mostrare le immagini del momento del fermo, usando anche il rallentatore. Per parlare dei nuovi presunti colpevoli si usa anche qui l’espressione “altri due romeni”.

1 Per questioni legate alla concessione dei diritti Rai, siamo in attesa di poter pubblicare il video,ndr

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